mercoledì 30 marzo 2016

Zombi che mangiano frittelle – Il tramonto dell’occidente odora di fritto






Siamo a Fontanellato, il lunedì di Pasquetta, per l'imperdibile evento chiamato «Street-food». In realtà, avrebbero dovuto chiamarlo «Frit-food», perché sembra che ci siano solo ed esclusivamente bancarelle che vendono cibo fritto.

L’odore di fritto impregna l’aria, i vestiti, gli edifici. Annebbia la mente. La musica «Tunz-Tunz-Tunz» sparata da amplificatori giganti piazzati sugli spalti del castello martella i timpani. È il trionfo del trash. La splendida location (il centro di Fontanellato) è completamente sprecata. Potremmo essere tranquillamente in un parcheggio di periferia, o in un centro commerciale. Un evento come questo avrebbe potuto avere un sottofondo di musica rinascimentale, come ha giustamente osservato Andrea Canova, concittadino altrettanto disorientato da me incontrato nel marasma quando, amaramente pentito della mia idea di unirmi al manipolo di coraggiosi decisi a «fare qualcosa» il lunedì di Pasquetta, ho realizzato di esser caduto dalla padella della noia di una giornata in casa alla brace del «Frit-food», e mi aggiravo nella folla composta da giovinastri assai tamarri e da nuclei familiari variegati, sferzato dalle ventate di fritto (davvero non c’era angolo in tutto il centro del paese dove non si fosse brutalizzati da quell’odore), assordato e stordito dalla musica (si fa per dire) «Tunz-Tunz-Tunz».

     Riesco tuttavia a trovare l’unico chiosco dove cucinano del cibo commestibile (si direbbe) ed è quello delle specialità liguri: compro un po’ di focaccia di Recco e un po’ di farinata di ceci. Dopo un numero imprecisato di giri insensati intorno al castello, nel momento in cui sento distintamente nascere in me l’intenzione di accoppare il deejay, i miei amici decidono di portarmi via, di trasferirci tutti al labirinto di Franco Maria Ricci (decisione che si rivelerà sensata e che in qualche modo salverà la giornata).

     Il labirinto, però, non sappiamo dov’è, e così, dopo esserci messi in macchina, tutti aromatizzati al fritto come siamo e con le orecchie che ci fischiano, chiediamo informazioni a un passante appiedato.
     «Il labirinto?» ci fa l’uomo provvidenziale. «È un po’ complicato. Han chiuso le strade, per via di ‘sta cagata di “Street-food”…»
     «Di “Frit-food”, vorrà dire» esclamo entrando immediatamente nel suo cuore, con questa spiritosaggine. Al punto che lo sentiamo dire: «Dai, fate spazio che vi porto là!» Io gli cedo il posto accanto al conducente e, per farla breve, questo sant’uomo monta in macchina con noi e, guidandoci come Virgilio fuori dall’inferno del fritto, facendoci svoltare a destra e a sinistra in un dedalo di viuzze, ci porta in salvo, lontano dal centro di Fontanellato invaso dai truzzi e dalla loro «cultura» (chiamiamola così) musicale e alimentare, che evidentemente è la medesima degli amministratori del paese e degli organizzatori del «Festival del Fritto e della Musica Tamarra», (imposta agli astanti con una violenza acustica senza precedenti).

     Insomma, se le nostre amiche, nell’altra macchina, arrivano al labirinto con l’ausilio di un comune navigatore satellitare, noi possiamo vantarci di avere un navigatore umano, e non è poco, con i tempi (e la mentalità) che corrono. Questo navigatore in carne e ossa, per giunta, elargisce perle di notevole saggezza e oggi sono pronto ad affermare che con ogni probabilità si trattava di una delle pochissime persone realmente vive, e deste, e coscienti, presenti quel giorno al «Frit-food»… e che noi abbiamo avuto la fortuna di incontrare.

     Oltretutto l’atto in sé, il semplice fatto che sia montato in macchina con noi per accompagnarci dove dovevamo andare, respingendo il cortese invito di Fabrizio (il nostro gentile conducente) a farci compagnia, e dichiarando che se ne sarebbe tornato in centro a piedi, è straordinario e d’una nobiltà non comune in tempi come i nostri, dove pochissimi hanno la mente abbastanza aperta da concepire una possibilità del genere, dove non ci si fida nel prossimo al punto che l’autostop è passato di moda, dove il «salto» di mentalità necessario a concepire e a mettere in atto un’azione rivoluzionaria come montare in macchina con qualcuno per accompagnarlo dove vuole andare, senza chiedere nulla in cambio, senza avere in mente di ricattarlo, di violentarlo, di puntargli una pistola alla tempia o cose carine del genere, è qualcosa di incredibilmente raro.

     Ma non è tutto. Il nostro uomo si rivela essere anche un saggio di prim’ordine. E mostra uno spiccato senso critico nei confronti del contesto in cui, per una qualche bizzarra congiuntura, si trova a essere inserito. «Zombi!» commenta infatti l’uomo provvidenziale durante il breve tragitto, riferendosi alla discutibile umanità che sciama al «Frit-food». «Zombi che mangiano frittelle! Venisse l’Isis e facesse... non sarebbe poi un gran male, vi pare?» Il che, debbo confessare, se pure in termini meno cruenti, mi trova abbastanza d’accordo.

     «Zombi che mangiano frittelle» mi sembra perfetta, come definizione, per questa tipologia d’essere umano flaccido, compulsivamente attaccato allo smartphone, che ingurgita passivamente cibo fritto e muove la testa al ritmo della musica (si fa per dire) «Tunz-Tunz-Tunz», scattandosi selfie a ripetizione, filmando con l’apparecchio, ancor prima di guardarsi intorno, la sfilata di banchetti frittolezzanti e, ai suoi occhi, evidentemente «stilosissimi».

     «Zombi che mangiano frittelle» mi sembra perfetta, come definizione, per rappresentare la deriva delle masse nella società moderna.

     Passi per i bimbi che si divertono assistendo ai giochi di prestigio del «mago», in quanto sono bambini, ma per i giovinastri vestiti come Eminem o Lady Gaga (i più eleganti) temo non ci sia speranza (Vadim Zeland li chiama «punturati» - a proposito, leggetevi i suoi libri, per il bene dell’umanità!)

     Prima di arrivare al labirinto, a una rotonda fuori dal paese, altrettanto misteriosamente di com’è apparso, il nostro amico ci lascia, incamminandosi a piedi in direzione opposta alla nostra.

     Ebbene, io voglio ringraziarlo pubblicamente, il nostro benefattore, geografico e morale, perché non ci ha fatti sentire soli, ieri, perché ci ha fatto capire che c’è ancora una speranza, che c’è ancora del buono in questa umanità passata al lato oscuro, che la «resistenza» esiste in seno a questa società sopraffatta dal trash e dal kitsch.

     E non solo: scrivo tutto questo per mettere in guardia le amministrazioni comunali d’Emilia, affinché imparino dagli errori degli altri, affinché il loro centro storico mai e poi mai subisca l’infame affronto del «Frit-food», nonché la triste sorte pasquettale di quello di Fontanellato, che è peggiore di ogni «notte bianca», o meglio al cui confronto le «notti bianche», o «rosa», o «verdi», o «blu»… possiedono la classe e l’eleganza dei balli delle debuttanti all’Accademia militare di Modena.

martedì 29 dicembre 2015

«Vivere da Morire», l'ultimo capitolo della trilogia «maledetta»

Dopo L'ultimo Cuba Libre  All'inferno ci vado in Porsche, l'ultimo capitolo della saga...

«Il giovane Tony, star del Grande Fratello con un debole patologico per le donne, a bordo della sua Porsche  tampona intenzionalmente una Bmw guidata da una una bionda irresistibile: la possibilità di conoscerla vale bene il sacrificio di qualche migliaio di euro. Inizia così, con un piccolo incidente e uno sguardo impietoso su un'umanità consacrata al vuoto esistenziale, il nuovo romanzo del reggiano Pier Francesco Grasselli: Vivere da morire (Mursia, 455 p., 17 euro), capitolo conclusivo di una trilogia di notevole successo iniziata con L'ultimo Cuba Libre e proseguita con All'inferno ci vado in Porsche.

Al centro della scena, come nei due libri precedenti, sono donne bellissime, macchine sportive e feste nei locali più famosi di Portofino e Forte dei Marmi, ma qualcosa è cambiato. Se nella sua prima prova narrativa Grasselli osservava senza esprimere giudizi la vita sregolata dei giovani rampolli della borghesia italiana, oggi il suo sguardo è diverso: i nodi vengono al pettine e i protagonisti sono per la prima volta messi faccia a faccia con le conseguenze delle loro azioni. Come nelle visioni mistiche di Swedenborg – autore citato espressamente nel testo – c'è continuità fra il mondo in cui viviamo e gli inferni e paradisi che ci aspettano e ognuno dei personaggi – Tony l'eroe televisivo, Cesare il playboy dal torbido passato, Claudio il figlio di papà psicologicamente instabile - costruisce quotidianamente la discesa al proprio personale inferno.


Così, l'inizio e la fine del romanzo si richiamano reciprocamente attraverso l'immagine di una macchina sportiva lanciata a tutta velocità, ma nel frattempo tutto – anche il taglio narrativo – muta: se l'apertura è frivola e trendy, la conclusione è un parossismo di violenza che trova nel cinema estremo degli ultimi anni (in titoli come Hostel o Martyrs) il proprio referente più immediato. Grasselli, giunto alla quinta opera, imprime una svolta alla propria produzione narrativa e, chiudendo il cerchio in cui hanno preso forma i personaggi dei suoi libri più noti, si prepara a fare i conti con una categoria – quella di “giovane scrittore” - spesso troppo angusta.»

Carlo Baja Guarienti su «Vivere da morire»Gazzetta di Parma



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«Mi è capitato tra le mani questo romanzo e, lo ammetto...»

«Mi è capitato tra le mani questo romanzo e, lo ammetto, principalmente grazie al titolo piuttosto accattivante, ieri notte, rientrando a casa, ho deciso di sfogliarne almeno un paio di pagine. E dopo tre ore mi sono dovuto imporre di smettere di leggere. Per finirlo comunque questa mattina. Veloce. Questo è "All'inferno ci vado in Porsche" condensato in una sola parola. Un ritmo narrativo impressionante che va molto sopra a quello degli avvenimenti. Una storia (anche) di droga, con un finale da noir TV. Un gioco continuo di punti di vista diversi. Un cambio di prospettive da videoclip fuso nel pop più pop...» 
Marco Giorgini su «All'Inferno ci vado in Porsche», Kult Underground (leggi!)

«All'inferno ci vado in Porsche» è il secondo capitolo della trilogia «maledetta» iniziata con «L'ultimo Cuba Libre» e conclusa con «Vivere da morire». I libri sono editi da Mursia.

Spot radioAll'inferno ci vado in Porsche





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«Il romanzo di Pier Francesco Grasselli è scritto talmente bene che intriga il lettore e lo costringe a non mollare il libro sino alla parola fine...» 

Gordiano Lupi su «L'ultimo Cuba Libre», Lamette ( leggi )



Panorama: leggi



TV: guarda



«Ho scaricato Miss Italia» in TV: clicca qui

Spot radio: L'Ultimo Cuba Libre








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Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi»... 



giovedì 4 giugno 2015

Lo spirito decadente, il karma e l'impatto ambientale



La Ricerca di Se Stessi/estratti/8
di Pier Francesco Grasselli


Resto sempre amareggiato quando scopro che persone che conosco, persone che hanno tutte le fortune, che sono benestanti, responsabili sensibili e istruite non fanno la raccolta differenziata.


Mi rattrista notare che queste persone, che nei miei confronti sono sempre state corrette, non lo sono altrettanto nei confronti dell'ambiente, del pianeta. Mi rattrista 
saperle affette dalla malattia del menefreghismo. 

Costa davvero tanta fatica depositare un rifiuto in un sacchetto piuttosto che in un altro? Costa davvero tanta fatica fare il poco che possiamo per limitare i danni che il nostro pernicioso sistema produttivo reca all’ambiente (all'ambiente in cui vivranno i nostri figli e i nostri nipoti)?

Non sono frasi fatte. Il punto non è nemmeno tanto la raccolta differenziata, quanto lo spirito che c’è alla base del farla o del non farla: nel primo caso uno spirito fiducioso, responsabile, lungimirante, altruista; nel secondo uno spirito rinunciatario, parassitario, pigro e cocciutamente individualistaMa chi non sa vedere oltre il proprio orticello e getta le immondizie nel giardino del vicino di casa non capisce (o, per pigrizia, finge di non capire) che così facendo avvelena il terreno su cui crescono sia l'orto che il giardino.

Lo spirito decadente

Questo spirito rinunciatario, gaudente, parassitario e decadente - così diffuso nella nostra epoca proprio perché connesso all’ignoranza di tutto ciò che esula dall'ambito fisico (avidya) e che è il contrassegno dei tempi attuali - è lo stesso che vediamo all’opera nei fumatori accaniti, nei bevitori smodati e in tutti coloro che non riescono a staccarsi da ogni specie di vizio autodistruttivo.

Anche nel caso di questi vizi, ad allarmare di più, non è l’atto del fumare o del bere in se stesso, ma lo spirito che dà luogo a questi comportamenti (e di cui essi, del resto, non sono che le rappresentazioni in un ambito o nell’altro dell'esperienza sensibile), perché sotto le spoglie di questa arrendevolezza di fronte al vizio, al piacere che ci consuma, si nasconde una resa spirituale, una cedevolezza interiore, un certo consenso all'annientamento.

Non sorprende nemmeno che una persona che fuma o beve smodatamente non abbia a cuore dell’ambiente e non faccia la raccolta differenziata dei rifiuti. Infatti, se costui non vuole bene a se stesso, perché dovrebbe voler bene agli altri o al mondo che lo circonda? Se costui non è deciso a preservare se stesso, come può decidere di preservare l’ambiente in cui si trova?

Stupisce forse che la pigrizia prevalga sulla logica e sul senso di responsabilità nei confronti dell’ambiente e del prossimo, oltre che di se stessa, in una persona nella quale l’attrazione per un piacere che mina la salute prevale sul desiderio di disporre di un organismo che sia il più possibile vigoroso e sano? Non stupisce affatto, perché in entrambi i casi si tratta di scambiare il piacere immediato con il benessere futuro, e anzi nel caso della raccolta differenziata si tratta di scambiare il piacere immediato (che può anche consistere nell'evitare di compiere un'azione che costa un qualche sforzo) con un’azione che forse non gioverà nemmeno a noi, ma ai nostri discendenti.


Obblighi di chi è avvantaggiato


Chi ha una buona posizione, chi gode di certi vantaggi, è tenuto a comportarsi meglio degli altri, altrimenti la Natura (il destino) adeguerà l’esteriore all’interiore e (sia pure con un ritardo dovuto alla resistenza che la densità del mondo fisico oppone all’azione modellante delle forze interiori) ridurrà quei vantaggi secondo quello che, nel profondo di se stesso, costui sente di meritare.

A quel punto, il suo sé inferiore e cosciente (e cioè l’egoista che batte la fiacca e si rifiuta di fare anche quel poco che è in suo potere per alleviare le pene di questo povero pianeta martoriato) se la prenderà in quel posto, come si suol dire.

Infatti, il mondo è uno specchio di noi stessi, e finisce sempre per trattarci nella stessa maniera in cui noi trattiamo lui. Perciò, a chi merita poco, il destino dà poco, e se gli ha dato più di quel che merita, presto o tardi gli toglierà quel che gli ha concesso in sovrappiù.

Questa specularità è un aspetto dell’analogia tra microcosmo e macrocosmo. Un altro aspetto della stessa legge può esser espresso in questo modo: le nostre cellule si comporteranno nei confronti del nostro organismo allo stesso modo in cui noi ci comporteremo nei confronti dell’organismo planetario di cui siamo parte, che comprende non solo l’umanità, ma anche il regno animale, quello vegetale e quello minerale.

Se noi ci comporteremo correttamente nei confronti del pianeta, le nostre cellule si comporteranno bene nei nostri confronti; in caso contrario saranno disfunzionali nella stessa proporzione in cui noi siamo disfunzionali nell’ambito dell’organismo più vasto di cui ciascuno di noi non è che una minuscola componente.

Infine, il rispetto per l’ambiente è una disciplina per lo spirito. Nessuna azione, infatti, è solamente esteriore, e affinando il nostro comportamento raffiniamo il nostro spirito.



Trattare male il pianeta non è molto diverso
dal trattare male il prossimo


Quanto all’aspetto esteriore dell’azione (o dell’azione mancata), è tutto karma... Per esempio, se abbiamo la possibilità di fare la raccolta differenziata della carta e non la facciamo, contribuiamo indirettamente all’abbattimento degli alberi, e questo significa causare sofferenza che, in virtù del princìpio di azione-reazione, dovremo poi riscattare sulla nostra pelle.

È un principio così semplice da capire, il karma, così elementare. Tutto il bene che facciamo alle altre persone, agli animali, al pianeta, prima o poi lo avremo indietro, e questo vale anche per tutto il male che facciamo, anche quello lo avremo indietro, presto o tardi. In altre parole, anche se l’adozione di un comportamento ecosostenibile non dovrebbe avere motivazioni utilitaristiche, non c’è dubbio che tale comportamento è anche una forma di protezione: non ve la sto tirando quando dico che attirerete «sfighe» su di voi e sulla vostra casa, se non fate la raccolta differenziata, perché trattare male il pianeta non è molto diverso dal trattare male il prossimo.

Premesso tutto ciò, non dico diventare di colpo vegetariani e smettere così di dare il nostro contributo alla domanda di carne, che causa le uccisioni degli animali su larga scala nei mattatoi di tutto il mondo; non dico neanche smettere definitivamente di acquistare tutti quei prodotti che derivano dallo sfruttamento irresponsabile di persone, terreni, flora e fauna... ma fare un piccolo sforzo per non incasinare questo pianeta più del necessario, per non incasinarlo più di quanto non l’abbiamo già incasinato, nemmeno questo possiamo fare? nemmeno questo, che ci costerebbe così poco?

Parlo della raccolta differenziata, naturalmente. Bisogna farla, e farla bene (altrimenti lo sforzo è vano) perché se non la facciamo accresciamo i problemi del mondo e in questo modo (anche se come ho detto poco fa la molla che ci spinge non dovrebbe essere il tornaconto personale) accresciamo anche i nostri problemi.

Abbiamo tutto da guadagnare a ridurre il nostro impatto ambientale e, in generale, a fare le cose per bene, perché, se ci siamo comportati bene, dopo che si siamo auto-giudicati, ci premiamo, o meglio: il nostro Sé superiore (creatore della realtà) premia il nostro sé inferiore (sperimentatore della realtà). Insomma, anche se la vediamo nella maniera più sfacciatamente utilitaristica, fare la raccolta differenziata conviene, perché in questo modo procuriamo a noi stessi benefici invece che «botte di sfiga».[1]




Non c’è dubbio che le istituzioni e i loro rappresentanti, prima ancora che i cittadini, siano responsabili dello stato di degrado di molte aree del pianeta, giacché spesso vanificano gli sforzi dei singoli.

Ebbene, noi pensiamo a fare del nostro meglio. Spetterà poi ai nostri amministratori – ministri, senatori, assessori, sindaci e così via – di fare la loro parte, mettendo a frutto gli sforzi dei cittadini. «Da un grande potere derivano grandi responsabilità»[2], come dice lo zio di Peter Parker; «...e grandi rischi!» mi sentirei di aggiungere. Ebbene, responsabilità e rischio sono proporzionali al potere, e ai rappresentanti delle istituzioni, che detengono questo, tocca una bella fetta anche di quelli.

In altre parole, il «rischio karmico» di coloro che occupano posizioni di rilievo è maggiore (sebbene essi non ne siano coscienti) del «rischio karmico» di coloro che possiamo collocare alla base della «piramide sociale», giacché i primi possono arrecare all’organismo cittadino, regionale, nazionale o planetario più danno che i secondi, se non si comportano correttamente.

Si esige di più da costoro, e visto che spesso, agendo egoisticamente, con scopi diversi dal bene comune, essi fanno tutto tranne che il proprio dovere, le conseguenze karmiche saranno particolarmente dure e pesanti per loro. Il karma non concede sanatorie o indulti, né cade in prescrizione, a differenza della giustizia degli uomini che, come direbbe il professor Fassang, «è simile alla tela del ragno: il calabrone può passare, ma il moscerino si impiglia.»[3]

Ecco perché i dirigenti e i funzionari pubblici che badano solo al proprio tornaconto, personale o di partito, e che si mostrano indifferenti a questo tipo di problemi sono da compatire più che da detestare.


Un problema culturale

Il problema è anzitutto culturale. L’ignoranza di principi basilari come il karma, di quello che accade alla psiche dopo l’abbandono del corpo fisico, è una delle ragioni dell’assenza di senso civico nei cittadini, dell’egoismo endemico dilagante in tutti i campi.

«Fondamentalmente convinta che questa esistenza sia l’unica, la società moderna non ha sviluppato nessuna visione a lungo termine» scrive Sogyal Rinpoche. «Nulla quindi trattiene gli esseri umani dal saccheggiare il pianeta per un immediato tornaconto personale e dal vivere in modo egoistico.»[4] 

Questo guru fa poi presente che «chi crede in un’altra vita ha una visione dell’esistenza radicalmente diversa, imperniata su un acuto senso etico e di responsabilità personale», mentre «chi non è fermamente convinto dell’esistenza di un’altra vita rischia di costruire una società che mira solo ai risultati a breve termine, senza curarsi troppo delle conseguenze delle sue azioni».[5]

Insomma, l’ignoranza caratteristica di quest'epoca (che non a caso è chiamata in oriente Kali Yuga, «età oscura» della stoltezza e dell'inconsapevolezza) ci rende anche pessimi cittadini, pessimi abitanti di questo pianeta. Disporre di una corretta informazione su quanto esula dall’ambito strettamente materiale e sensibile – su cui siamo così cocciutamente focalizzati – è dunque auspicabile anche per i vantaggi che ne potrebbero derivare su un piano culturale e comportamentale, ai fini dell’acquisizione di un senso civico e di un «senso planetario».




L’inquinamento, il fracking[6], la caccia, l’abbattimento sistematico di animali a scopo alimentare o per la produzione di capi d’abbigliamento... non dobbiamo illuderci che tutto questo non abbia conseguenze sulla nostra vita.

Non è possibile sfruttare le «risorse» in modo irresponsabile, danneggiando l’ecosistema e sterminando la flora e la fauna a causa della nostra pigrizia o della nostra avidità, senza nuocere a noi stessi, e non c’è dubbio che riscuoteremo il corrispettivo della sofferenza e del danno che abbiamo arrecato all’ambiente in termini di malattie, calamità naturali e disgrazie personali.

Finché continueremo a seminare vento, continueremo a raccogliere tempesta. Infatti, in ogni momento della nostra vita, con le azioni che compiamo e anche con le azioni che non compiamo, stiamo accumulando benefici futuri oppure stiamo piantando i semi di nuove disgrazie.

Se agiamo per il bene di chi e di ciò che ci circonda, accumuliamo crediti (o benefici) karmici, al che il nostro destino migliorerà e saremo – veramente – più fortunati e felici. Se col nostro comportamento danneggiamo il prossimo o l’ambiente, accumuliamo debiti karmici e presto o tardi dovremo saldare il conto.

Questo vale per le grandi come per le piccole cose. Per le azioni che compiamo congiuntamente, come per le azioni che compiamo individualmente. 

Per esempio, se a capodanno, da imbecille quale sono, faccio scoppiare i botti, suscitando paura stress e sofferenza in cani, gatti, uccelli e altri animali[7], poi non devo lamentarmi se durante l’anno mi capitano delle piccole «botte di sfiga».

La faccenda, come vedete, è molto semplice, al punto che si potrebbe riassumerla così: se pesti uno stronzo di cane è perché te lo meriti.[8]

Va bene, è venuto il momento di svelare la mia identità segreta. Sono Mister Planet.[9]



Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi» è la nuova trilogia dell’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore» e della trilogia «maledetta» formata da «L'ultimo Cuba Libre», «All'Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire», tutti editi da Mursia.




[1] Detto ciò, se un gesto altruista è disinteressato, il beneficio karmico sarà perfino maggiore.
[2] Battuta del film Spider-man, diretto da Sam Raimi.
[3] Proverbio africano.
[4] Sogyal Rinpoche, Il Libro Tibetano del Vivere e del Morire, Ubaldini, p. 24.
[5] Ibidem.
[6] Abbreviazione di «hydraulic fracturing» (fratturazione idraulica): tecnica in uso negli Stati Uniti che consente di usufruire di riserve di gas sotterranee e che consiste nell’iniezione di grosse quantità di sostanze chimiche e nella produzione di detonazioni controllate nel sottosuolo. «Si tratta di  un modo “non convenzionale” per estrarre gas da roccia porosa di origine argillosa detta scisti, “shale” in inglese, le cui vacuità ospitano in prevalenza metano. Con le tecniche “tradizionali” questo gas non potrebbe essere estratto, visto che il gas è intrappolato in una miriade di pori sotterranei e la classica trivella verticale non arriverebbe ad aprirli tutti. Con il fracking invece, giunti ad una certa profondità la trivella ed i fluidi di perforazione vengono direzionati orizzontalmente e l’alta pressione innesca una serie di microsismi frantumando la roccia e lasciando sprigionare il gas. (...) Ogni pozzo necessita 2-4 milioni di galloni di acqua per poter operare, che si traducono, secondo stime convenzionali, in 7-14 milioni di litri di acqua satura di sostanze chimiche. Nonostante la propaganda dei petrolieri secondo cui le cementificazioni e le impermeabilizzazioni dei pozzi sono perfetti, nessuna attività dell’uomo è esente dal logorio, dall’uso, da difetti, ed è evidente che continuando a pompare miscele inquinanti nel terreno, prima o poi qualcosa deve pure cedere. E migrare. E arrivare, prima o poi, nei rubinetti delle persone.» (Panorama.it, Marino Petrelli 4.4.2013) Il fracking è stato duramente contestato e vi è chi sostiene che questa tecnica provochi terremoti, frane, smottamenti e apertura di voragini nel terreno. La tecnica è stata vietata in Francia e in Bulgaria. Altri geologi, pur dubitando che il fracking abbia qualcosa a che vedere con i sismi, ammettono che si tratta di una tecnica invasiva e potenzialmente molto dannosa per il territorio e la popolazione. La questione è anche al centro del film Promised Land di Gus Van Sant, con Matt Damon.
[7] Gli animali hanno un udito più sviluppato di quello umano e risentono molto di più dei rumori forti. Cani e gatti soffrono terribilmente a causa dei «botti». I petardi causano negli uccelli uno spavento tale da indurli a volar via dal nido, terrorizzati, e nel panico generato spesso li porta a sfracellarsi contro qualche ostacolo. Quanto alle mucche, ai cavalli e ai conigli, lo spavento dovuto alle esplosioni può provocare persino l'aborto delle femmine gravide.
[8] Una possibilità è che tu non abbia raccolto le feci del tuo stesso cane, facendo sì che venissero calpestate da qualcun altro.
[9] Popolare personaggio che su Radio Virgin dà importanti suggerimenti per la salvaguardia della natura e del pianeta.


lunedì 9 giugno 2014

Il karma non è acqua

 La Ricerca di Se Stessi/estratti/7
di Pier Francesco Grasselli




«E vedi di astenerti da ogni azione malvagia, perché quand’è venuto il suo tempo essa matura necessariamente in dolore.»
(Ārya Śūra, La ghirlanda delle Nascite – Le vite anteriori del Buddha, 24, 35, Bur, pag. 284.)

Che cos'è il karma? Perché certe persone sembrano baciate dalla fortuna e altre perseguitate dalla sfiga?

La risposta è in un principio della natura che nell'ottusità della cultura materialista è stato misconosciuto e che va riscoperto... perché proprio nell'ignoranza di questa legge sono le cause della sofferenza.

karma e reincarnazione

«I karma sono poi suddivisibili in altre due categorie: quelli che tracciano il profilo generale di una nuova esistenza, stabilendo sia il tipo di nascita sia la lunghezza della vita, e quelli che ne forniscono i dettagli, definendo se sarà prospera, se si godrà di buona salute e così via.»
(Dalai Lama, La strada che porta al vero, Parte seconda, “La pratica dell’etica”, 3 – “Origine e cessazione dei problemi”.)

Il karma è concetto centrale sia nel buddhismo che nell'induismo e presuppone il principio della reincarnazione. Esso rappresenta la legge di causa-effetto secondo la quale ogni azione provoca una reazione uguale e contraria che si ripercuote sul soggetto agente.

Secondo questo principio, siamo obbligati a patire l’esatto ammontare di sofferenza che abbiamo procurato al prossimo; similmente, la quantità dei benefici che ci sono destinati e delle ore di felicità che ci attendono è commisurata al bene che abbiamo compiuto, perché ciascuno di noi, nella vita presente o nelle successive, raccoglierà né più né meno di ciò che ha seminato.

Ora, su questo «noi» ci sarebbe da discutere, giacché in realtà individui che si manifestano in esistenze differenti non sono la stessa persona. Anzi, se si considerano due individui che si manifestano in due esistenze successive l’una all’altra, sebbene tali esistenze siano collegate karmicamente (in quanto l’una costituisce la prosecuzione della «scia» karmica dell’altra) si può dire che il primo individuo non ha niente a che vedere col secondo e viceversa, e che tali individui sono assolutamente distinti e indipendenti l’uno dall’altro, sebbene il secondo «erediti» il karma del primo, costituendo il suo destino la prosecuzione del destino di quest’ultimo, come se si prolungasse all’infinito una «linea» che tuttavia rimanesse suddivisa in vari segmenti.[1]


Tale è l’opinione, per esempio, di Julius Evola. Ma la questione è dibattuta. Srila Prabhupāda, infatti, ha dichiarato: «Quando l'esistenza del corpo finisce e il corpo è distrutto, per noi non è la fine: ci rivestiamo di un corpo nuovo come cambiamo una giacca o una camicia. Supponiamo che domani, per venirmi a trovare, lei indossi una camicia e una giacca differenti: ciò significa che lei è una persona differente? Certamente no. Similmente, ogni volta che moriamo cambiamo corpo, ma noi – anime spirituali all'interno del corpo – rimaniamo gli stessi.»[2]

In realtà, quando parla dell'«anima spirituale all'interno del corpo», che rimane la stessa, Srila Prabhupāda si riferisce all’essere causale o archetipo, che effettivamente permane di vita in vita, ma che non è individuale, mentre Evola, quando parla di individui che non hanno niente a che vedere l’uno con l’altro, si riferisce all’essere individuale (composto dalla psiche e dal corpo fisico) sicché le due posizioni non sono affatto inconciliabili.

Dunque a reincarnarsi non è la stessa persona, a meno che non si identifichi (abbastanza impropriamente, a dire il vero) tale «persona» con quel «corpo causale», sorta di seme dell’essere che a più riprese viene in incarnazione, cui i teosofi fanno riferimento col nome di Kârana Sharîra e che costituisce l’involucro dell’anima, la quale distilla le esperienze che le sue varie incarnazioni (che possono essere umane e corporee come possono non esserlo) accumulano di vita in vita, e liberandosi a poco a poco dai vincoli dei suoi tre corpi (del corpo fisico, del corpo psichico e infine dello stesso corpo causale) si ricongiunge, alla fine, con l'Assoluto.

Quella – l’anima imprigionata nel corpo causale – è precisamente la parte dell’essere umano che si reincarna.

Per quanto concerne questo punto, può essere interessante riportare le vedute della Teosofia nelle parole usate da Annie Besant proprio in relazione a questo «corpo causale»:

Ed allora fu formato il veicolo conosciuto col nome di Kârana Sharîra, o corpo causale. Esso è il «corpo di Manas» che dura per tutta la vita dell’anima reincarnantesi; dura di vita in vita terrena, trasportando il risultato di ogni vita nella successiva. Per ciò fu chiamato corpo causale, perché in esso sono le cause che si sviluppano in effetti nei piani inferiori della vita terrena.
Da questo momento in poi il procedimento dello sviluppo umano è il seguente: formato il corpo causale, si ebbe in esso un veicolo capace di raccogliere ed accumulare tutto, ricettacolo e magazzino dell’esperienza. Entrando nella vita terrena e quivi protendendo, nel modo che vi spiegai precedentemente, una parte di sé, impiega la vita terrena ad accumulare esperienza, a raccogliere nel mondo fisico quel complesso di fatti e di cognizioni che chiamiamo esperienza della vita. 
Oltrepassata la porta della morte, l’uomo deve assimilare l’esperienza raccolta e vive una vita extracorporea durante la quale, non più veduto nel mondo fisico, dimora nei piani astrale e devacianico che stanno di là da quello. Là egli porta a compimento certi effetti, là egli assimila le esperienze raccolte sulla terra riducendole a far parte integrale della propria natura. Ogni vita terrena gli dà dei risultati; egli prende questi risultati e li trasforma in facoltà ed in poteri. Se un uomo, per esempio, nella vita fisica esercitò una grande potenza di pensiero, se fece grandi sforzi per comprendere, per accumulare cognizioni, per sviluppare la mente, il periodo che intercede tra morte e vita viene impiegato a ridurre tutti quegli sforzi suoi in facoltà intellettuali, con le quali egli ritornerà in questo mondo alla sua prossima rinascita. Così pure in quello stesso periodo le sue più elevate aspirazioni, le sue speranze e i suoi sogni spirituali si trasformeranno nell’essenza stessa della sua natura. Ritornando sulla terra, vi nascerà in circostanze che faciliteranno il suo sviluppo, e porterà con sé le facoltà intellettuali sviluppate che potrà adoperare per prepararsi un ulteriore progresso in una nuova vita terrena.
Voi vedete quanta perfetta regolarità vi sia negli stadi di sviluppo di quel corpo che dura di vita in vita. Il Kârana Sharîra protende una parte di sé nei piani inferiori per farvi messe di esperienze; unitamente a queste la riassorbe, trattenendola dapprima nelle regioni inferiori del Devachan per assimilare le esperienze raccolte e convertirle in facoltà, in poteri, in capacità, e quindi completa il riassorbimento entro sé stesso di quel veicolo che contiene la coscienza. Poi ancora, con una nuova emissione di tal vita sempre più altamente sviluppata, ritorna ad esplicare nei piani inferiori i poteri acquisiti. In questo modo si avrà di vita in vita un costante ed ininterrotto progresso, e il Kârana Sharîra sarà il ricettacolo di tutte le esperienze, sarà l’uomo permanente costituito appunto dalla somma di queste esperienze.
Quando avrete compreso ciò, capirete anche che cosa s’intende per «pellegrinaggio dell’anima»; di vita in vita l’uomo dovrebbe, diventare più grande di mente, più grande di poteri morali, più grande di facoltà spirituali. Tale è il piano dell’evoluzione. [3]

Questo «corpo causale», veicolo dell’anima e suo carceriere finale, è collocato al livello di esistenza a partire dal quale il karma inizia ad agire sull’entità umana complessiva – il mondo degli archetipi, delle qualità pure o delle entità aformali puramente concettuali.
 Il karma aformale e puramente concettuale proprio a quel corpo e a quel livello di esistenza “si estende” poi agli altri corpi e agli altri livelli di esistenza diventando karma psichico e karma materiale.


Il karma agisce su tutti i piani

Questo è molto importante: il karma agisce su tutti e tre i piani – fisico, psichico (o astrale) e causale (o archetipo).

Prendiamo la beneficenza. Essa ha un ritorno sia che la si faccia con spirito altruistico sia che la si faccia con l’intenzione di fare del bene a se stessi in virtù del «ritorno karmico», perché a livello materiale il karma opera indipendentemente dallo spirito con cui si agisce.

Insomma, comunque stiano le cose, se si fa beneficenza, un ritorno è garantito almeno dal punto di vista materiale; ma se si fa del bene genuinamente, non solo agendo propriamente sul piano materiale, cioè sul piano delle azioni, ma con spirito altruistico, vale a dire adottando il giusto atteggiamento anche sul piano morale, mentale ed emozionale, cioè sul piano astrale o psichico, se ne ricaverà anche un beneficio corrispondente, un beneficio psichico, giacché il karma opera simultaneamente su tutti i piani: materiale, psichico e causale.


Il karma plasma il destino


«Ricorda quanto ti dico, è di estrema importanza: con le tue azioni, sei tu che costruisci la tua prigione, il tuo pelago nel quale affondi, o crei le tue ali per volare. (...) Tu puoi creare il tuo bene o essere l’artefice del tuo stesso male. Dipende solo da te, dal modo come pensi e come agisci.»
Amadeus Voldben (Amedeo Rotondi), Il protettore invisibile, 8, Mediterranee 2011, pag. 146, 147.

Il karma è la forza che plasma il destino degli esseri viventi, e così il destino diventa l’espediente che consente di pareggiare debiti e crediti nell’ambito di una determinata «linea karmica».

È appunto a causa di questa necessità di pareggiare le buone e le cattive azioni che il karma vincola gli esseri al samsāra, il ciclo di morti e rinascite, ed è in questo senso che il concetto di karma è connesso a quello di reincarnazione, che come abbiamo appena visto ha poco a che vedere con la concezione puerile che ne ha la maggior parte delle persone in occidente, ossia quella di una sorta di «personalità spirituale»[4] che indossa corpi diversi come indosserebbe vestiti diversi e che rimane la stessa sebbene assuma ogni volta un’apparenza differente.

In realtà, e come abbiamo detto poco fa, ogni manifestazione umana su una determinata linea di incarnazioni consiste in un essere individualizzato che si costituisce ex novo, nel quale però agiscono le tendenze karmiche che l’essere che lo ha preceduto sulla linea di quelle incarnazioni non ha esaurito nel corso della sua vita.

Questo per una ragione molto semplice: la parte strettamente individuale e creaturale dell’essere umano è composta dal corpo fisico e dalla psiche (mente ed emotività), che però a un certo punto si estinguono (la prima con la morte nel mondo materiale e la seconda un po’ più tardi, con la «seconda morte» o «morte psichica» che avviene nel mondo astrale).


Ciò che permane di vita in vita è il corpo causale o archetipo, che non è affatto una entità individuale, bensì universale e indeterminata (o per lo meno dotata di determinazioni infinitamente più ampie di quelle tipiche della psiche e del corpo fisico).


Dunque, in definitiva, come sottolinea Emma Cusani, il karma «è eterno per l’Ego[5] che eterno dura, non per le personalità transitorie che si susseguono l’una all’altra, pagando o riscuotendo di volta in volta solo una piccola parte del debito karmico accumulato dall’Ego.»[6]

In altre parole, io (Pier Francesco Grasselli, scrittore, ecc.) eredito le conseguenze karmiche di un altro essere individuale che nei fatti non ha niente a che vedere con me, e ciò che passa di vita in vita è la mia anima, che è un'altra cosa rispetto a Pier Francesco Grasselli, insieme al filo di quella particolare scia di azioni e reazioni concatenate.



Un individuo è dunque la prosecuzione[7] e la compensazione esperienziale di un altro individuo, giacché entrambi sono le fasi di un unico movimento.

Il fatto che per mezzo dell’ipnosi regressiva sia possibile percorrere a ritroso la «linea karmica» che ha dato luogo a un determinato essere individuale, facendo rivivere al soggetto scene di un’esistenza precedente, non esige in alcun modo che si tratti del medesimo essere psichico che «indossa corpi come se fossero vestiti». Infatti, come abbiamo detto, si tratta di due esseri distinti che nulla hanno a che vedere l’uno con l’altro, fatta eccezione per il fatto che entrambi sono originati dal medesimo seme (il corpo causale o anima) e sono collocati sulla medesima «linea karmica».

Allo stesso tempo però, il corpo causale (anima) può essere considerato come il nostro vero essere, come la parte di noi che è più autentica, proprio perché è la più profonda e perché è quella che sopravvive attraverso la catena delle vite. 

Vi è in effetti questo «nocciolo» che permane, che distilla le esperienze accumulate dai vari individui nel corso delle varie incarnazioni situate su una determinata «linea karmica» e che ne assorbe, per così dire, i risultati al fine di realizzare i suoi scopi particolari[8] – un «nocciolo archetipo», o «seme», dal quale ogni incarnazione nasce e si sviluppa.

Tale «seme», come abbiamo visto, è chiamato «corpo causale» od anche «anima». Esso è in realtà l’involucro dell’anima, e cioè di quella «porzione» di Dio che desidera ardentemente di affrancarsi da ogni genere di forma, persino dalle «forme» astratte, non-individuali e puramente concettuali dello stesso corpo causale, e di riunirsi al Tutto spogliandosi di tutti i suoi corpi.

Insomma, l’anima stessa è Dio che desidera ardentemente di ritornare a percepirsi quale Dio, quale Assoluto, quale Tutto, e il processo tramite il quale essa si spoglia, uno per volta, di tutti i suoi veli, espandendo la coscienza soggettiva creaturale fino a polarizzarla nel Tutto, è chiamato «evoluzione spirituale».




L’esistenza di tale «seme» è appunto ciò che giustifica, in un certo qual modo ed entro certi limiti, la consuetudine di parlare di una medesima entità fondamentale che si incarna a più riprese.[9]
   
Essere umano:

                                                            Dio
                                                             ñ
      Parte che si reincarna   ð   Corpo causale o archetipo
                                                             ñ
                                                   Psiche (pensiero + emotività)
                                              ö
         Parte che si dissolve                   ñ
                                              ø
                                                     Corpo fisico


Il karma secondo Pitagora, Yogananda, Max Heindel e altri...

Premesso tutto ciò, è innegabile che il karma sia un principio fondamentale dell’esistenza che solo nella ottusità materialistica dei giorni nostri poteva essere misconosciuto.

«Per Pitagora le ingiustizie apparenti del destino, le difformità, le miserie, i colpi di fortuna, le disgrazie di ogni genere trovano la loro spiegazione in questo fatto, che ogni esistenza è la ricompensa o il castigo della precedente»[10] scrive lo Schuré. «La diversità delle anime, delle condizioni, dei destini, non può giustificarsi infatti che con la pluralità delle esistenze e con la dottrina della reincarnazione.»[11]

In una nota dell’autobiografia di Yogananda invece leggiamo: «La legge equilibratrice del karma, spiegata nelle Scritture indù, è quella di azione e reazione, causa e effetto, semina e raccolto. Nel corso della naturale giustizia (rita) ogni uomo, con i suoi pensieri e i suoi atti, plasma il proprio destino. Quali che siano le energie universali che egli stesso, da saggio o da stolto, abbia messo in moto, esse dovranno ritornare a lui quale punto di partenza, come un circolo che necessariamente si completa in se stesso.»[12]

Max Heindel parla del karma come della legge eterna che provvede a far sì che ogni uomo raccolga ciò che semina. E scrive: «È la legge di causa ed effetto che regola tutte le cose nei tre Mondi, in ogni regno della natura, fisico, morale e mentale. Dappertutto essa agisce inesorabilmente, sistemando ogni cosa, ristabilendo l'equilibrio ovunque l'atto più insignificante l'abbia turbato. Il risultato può essere immediatamente manifesto o può tardare per anni e per vite, ma un giorno, nel luogo designato, la retribuzione giusta ed esatta verrà.»[13]


Il karma è l’esistenza creaturale stessa

A dire il vero, il karma è anche più che un principio fondamentale dell’esistenza. Esso è l’esistenza stessa.


Esso è l’esistenza della creatura, o meglio il suo «destino», giacché il nostro essere individuale è definito dalla sua esperienza fisica e psichica.[14]

Esso è pure l’esistenza dell’anima, giacché l’essere dell’anima, pur essendo non-individuale, è definito dalla sua esperienza causale o archetipa, che è parimenti non-individuale.

Il karma è esperienza, e l’esistenza stessa è esperienza. Questa esperienza è psichica e fisica a un livello inferiore, individuale, ed è archetipa o causale a un livello superiore, non-individuale. Al di fuori di quest’esperienza (e cioè dell’iter che una determinata coscienza compie attraverso le infinite possibilità), tutti gli esseri sono, per così dire, inestricabilmente «fusi insieme» nel Mare delle Infinite Possibilità, e cioè in Dio.


Il karma è dunque una parte inseparabile dell’individuo e dell’anima e senza di esso non potrebbe esistere né l’uno né l’altra.

Karma e sfiga

Tutto quello che accade all’individuo ha le sue radici nel karma, ergo tutte le situazioni indesiderabili sono causate dal karma Persino un disturbo banale come un raffreddore o un’infezione è causato dal karma. I microbi non appaiono da soli. Devono esserci precise ragioni karmiche affinché si manifestino. Se queste cause non ci sono, allora i microbi non appariranno, qualunque cosa succeda.

«Dato che non ci rendiamo conto che ogni malattia è frutto del nostro karma, ne attribuiamo le cause al cibo, agli spiriti maligni e così via. Tuttavia, se analizziamo bene la causa fondamentale che ne è responsabile, potremo scoprire che tutte le situazioni indesiderabili provengono dal karma negativo che noi stessi abbiamo accumulato»[15] scrive Pabonka Rimpoce.

Naturalmente, per manifestarsi il karma ha bisogno di cause materiali, sicché usa ciò che ha a portata di mano, per così dire: i batteri, il crollo di un edificio, un’automobile lanciata a forte velocità e così via.

Per manifestarsi, il karma segue la «linea di minor resistenza», il che può consistere in una debolezza dell’organismo, in circostanze avverse di varia specie.

Dal momento che il karma segue la «linea di minor resistenza», le precauzioni e le preoccupazioni oggettive (chiudere il gas, far controllare le gomme dell’automobile e così via) hanno un senso, se non altro per evitare che gli effetti del karma siano incanalati in quelle manifestazioni che sono più dannose e problematiche, per rendere quegli effetti in un certo qual modo sostenibili, e cioè per far sì che il karma si sfoghi in un modo piuttosto che in un altro, che ci è particolarmente sgradito.

Ma il punto da capire è che se mangiando delle ostriche infette ci buschiamo l’epatite virale, la presenza del virus nelle ostriche fornisce solo la causa materiale e occasionale del manifestarsi di tale karma: la causa reale della malattia è qualche azione negativa che abbiamo compiuto in passato.

Amedeo Rotondi si riferisce al karma quando parla di «leggi morali», e dice: «Il saggio è sereno anche di fronte alle circostanze avverse che ad altri recano turbamento e paura. La ragione di questo è che egli sa che nessun male potrà colpirlo se è in armonia con le leggi morali. Ciò che lo colpisce è giusto perché si tratta di conti da saldare, ma non potrà mai essere colpito da ciò che non gli appartiene. Egli sa che soltanto la violazione delle leggi morali muove tutti gli ingranaggi sottostanti che producono i proiettili per il necessario riequilibrio.»[16]


Il karma è un principio universale
presente in tutte le culture religiose

Il karma è parte di quel nucleo fondamentale di leggi dell’esistenza che, diversamente codificato, ritroviamo in tutte le culture religiose.

Si fa riferimento al karma con le parole pronuciate da Gesù nel manoscritto tibetano ritrovato da Notovitch: «Non ingannate nessuno, per non essere voi stessi ingannati»[17]; oppure nel Corano: «quanto a chi faccia volontariamente un’opera buona, ciò sarà un vantaggio per lui»[18].



Gesù insegnò il principio del karma

L’ignoranza occidentale in tema di karma è ancora più imperdonabile giacché vi sono tracce evidenti di tale principio anche nel cristianesimo, e persino nella la Divina Commedia, «dove i Dannati inchiodati agli effetti di cause da essi stessi instaurate sottostanno a quella ferrea Legge naturale di Causa ed Effetto detta nella Filosofia esoterica Karma e, nel linguaggio dantesco, Contrappasso[19]

Non è forse il karma che invochiamo quando, recitando il Padre Nostro, diciamo: «rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori»?

Gesù stesso non si riferisce a un principio identico in tutto e per tutto al karma quando avverte che si viene perdonati nella misura in cui si è disposti a perdonare gli altri?


«Perché se voi perdonate agli uomini le loro colpe, il Padre vostro celeste perdonerà anche a voi; ma se voi non perdonate agli uomini, neppure il Padre vostro perdonerà le vostre colpe»[20] e anche: «Non giudicate e non sarete giudicati. Non condannate e non sarete condannati. Perdonate e vi sarà perdonato. Date e vi sarà dato: ne riceverete in misura buona, pigiata, scossa e traboccante, perché con la stessa misura con cui misurate sarà misurato anche a voi.»[21]

Gesù non presuppone il principio del karma quando, nel campo chiamato Getsèmani, rimprovera l’uomo che mozza l’orecchio al servo del sommo sacerdote dicendo: «Rimetti la spada nel fodero, perché tutti quelli che mettono mano alla spada periranno di spada.[22]», o ancora quando predica: «Come volete che gli altri facciano a voi, così fate loro.[23]»?


Il karma in breve

La questione del karma è presto detta. Se non vogliamo soffrire, non dobbiamo creare sofferenza. Questo naturalmente non riguarda solo gli esseri umani, ma tutte le creature.

Innanzitutto, quindi, non dobbiamo fare niente che vada contro la vita, a partire dall’uccidere un insetto, continuando con il nutrirci di animali, giacché così facendo ne causiamo indirettamente l’uccisione, fino ad arrivare all’aborto e all’eutanasia. Non dobbiamo fare nulla che vada contro la vita, ripeto.


E in tutte le situazioni, prima di far girare le palle al prossimo è bene pensarci due volte e tenere a mente che volenti o nolenti ci sarà inflitto lo stesso «giramento di palle» che gli abbiamo inflitto. Così funziona il karma e non c’è santo che tenga, nel senso letterale dell’espressione, perché come afferma anche Amedeo Rotondi l’aiuto che le entità spirituali superiori e i maestri possono offrirci ha come limite proprio il karma di ciascuno.

Per farla breve, non dobbiamo danneggiare il prossimo, in nessun modo, perché danneggiando il prossimo danneggiamo noi stessi.

Dice il saggio: mêl an fêr, paûra an n'avèir.[24]


Il 90% delle sofferenze del mondo è causato dalla mancata conoscenza di questo principio

Il karma. Il 90% delle sofferenze del mondo è causato dalla mancata conoscenza di questo principio. Se lo conoscessero, i carnivori diventerebbero subito vegetariani. Se lo conoscessero, si dimetterebbero all’istante tutti coloro che lavorano nel ramo degli armamenti e delle operazioni belliche, della produzione del tabacco, degli alcolici e di tutto ciò che nuoce all'essere umano, della pesca, dell’abbigliamento che richiede lo sfruttamento e che comporta la sofferenza degli animali al fine di ricavare capi in pelle, pellicce e così via.

I membri dei corpi militari e delle organizzazioni criminali, i trafficanti di droga, i dirigenti e gli impiegati delle multinazionali che inquinano il pianeta e che approfittano delle condizioni di miseria dei “paesi emergenti”, gli speculatori che danneggiano l’economia, i politici e gli amministratori disonesti che sanno di non essere all’altezza dei loro compiti a causa delle proprie debolezze personali, i poveri diavoli che sono impiegati nei mattatoi e gli uomini d’affari che del sangue degli animali hanno fatto un business... tutti costoro smetterebbero di fare quello che stanno facendo e si ritirerebbero su due piedi, se solo sapessero a che cosa vanno incontro, se solo conoscessero il principio del karma, perché la giustizia di Dio, «che troviamo attuata nella legge di compensazione e di retribuzione, non lascia alcun delitto privo di castigo né alcuna virtù priva di ricompensa»[25] come scrive H. P. Blavatsky.

Poi ci sono quelli che fanno del male senza saperlo, o che permettono ad altri di farlo, chiudendo un occhio, e quelli che mentono a se stessi fingendo di non aver coscienza delle conseguenze del proprio operato. Per esempio, tutti i pubblicitari darebbero le dimissioni seduta stante, se solo si rendessero conto di quanta infelicità contribuiscono a creare fomentando l’illusione dell’appagamento per mezzo del possesso di beni materiali. Tutti i pubblicitari sarebbero ben felici di mettersi a zappare la terra se, cominciando a vedere un po’ più in là del loro naso, si capacitassero di quanto male fanno mettendo il loro genio al servizio dei moderni schiavisti che reggono le fila dell’economia e del capitalismo finanziario, del loro essere complici di questi mostri, strumenti di rapina, ingranaggi del meccanismo perverso che crea frustrazione, dolore e assurdità nel mondo. Oh, me l’immagino il pubblicitario che va dal suo caposettore e dà le dimissioni dicendo: “D’ora in avanti voglio fare un mestiere onesto”. Difficile che accada, giacché sono ben remunerati e astutamente preservati dalla verità, avvolti in un bozzolo di menzogne e di giustificazioni, di relativismo e di cinismo. E ciò nonostante stanno accumulando una tale quantità di karma negativo che nelle prossime vite rinasceranno sicuramente negli inferni, per dirla alla maniera dei buddhisti.

Non è affatto facile interrompere l’accumulo di karma negativo. Il problema è che siamo tutti, chi più chi meno, ingranaggi del meccanismo che crea la sofferenza del mondo. Con i nostri acquisti, persino con le tasse che paghiamo, noi diamo il nostro consenso a un sistema economico o statale che genera sofferenza.  Dovremmo smettere di pagare le tasse, come fece Thoreau quando preferì andare in carcere piuttosto che versare allo Stato denaro che sarebbe stato impiegato nella guerra contro il Messico.


La Blavatsky parla del karma come della severa ed implacabile legge di compensazione che segue fedelmente tutte le fluttuazioni del nostro comportamento. Quando l’ultimo filo è stato tessuto, dice, l’uomo è come intrappolato nella rete delle sue stesse azioni, e si trova totalmente sotto il dominio di questo destino fatto da lui stesso.[26]

Si può dire che oggi stiamo tutti soffrendo a causa dell’ignoranza di alcune leggi di natura – una di esse è senza dubbio il karma – e ciò a causa della concezione distorta della realtà che ci viene inculcata sin dall’infanzia: questa concezione è il materialismo.

Il materialismo è il non veder nulla, il non considerare nulla al di fuori di quella esigua fascia di densità della Sostanza universale che possiamo percepire per mezzo dei nostri sensi fisici, di quella esigua fascia di densità della Sostanza universale che possiamo vedere con i nostri occhi e toccare con mano.

Il karma non è qualcosa che rientra in una fascia di densità particolare, non è una legge che attiene esclusivamente alla materia densa, come le leggi della chimica, la legge di gravità o le leggi dello spazio e del tempo così come li conosciamo. Il karma è una legge superiore molto più estesa, un principio di compensazione che non agisce solo sul piano fisico, ma anche su quello psichico e persino su quello causale o archetipo.

Il karma non è qualcosa che possiamo misurare con gli strumenti della nostra “scienza”, che come sappiamo si occupa solamente della cosiddetta “materia”, vale a dire della Sostanza universale nel suo stato più denso e grossolano.



Il karma ha la precedenza sulle leggi della fisica

Proprio per questo, proprio perché è una legge superiore, il karma ha la precedenza sulle leggi dei piani inferiori. Per esempio, sulle leggi della fisica.

Ciò significa che se non vi sono i presupposti karmici affinché si sia feriti da un proiettile e ciò nonostante qualcuno ci spara, succederà qualcosa, la pistola si incepperà, oppure esploderà nelle mani dell'assalitore, o ancora si verificherà qualche miracolo che infrangerà le leggi della fisica, in base alle quali dovremmo essere colpiti da quel proiettile.

Il punto è che le leggi dei mondi superiori hanno sempre la precedenza sulle leggi dei mondi inferiori, e le leggi della fisica, essendo le leggi del mondo materiale, sono subordinate a quelle dei mondi più sottili, tra le quali vi è senza dubbio il karma.


Così «si può cadere senza farsi male, andare sull’acqua senza affondare, maneggiare il fuoco senza bruciare, e mille e mille altri fenomeni incomprensibili dalla mente limitata degli uomini.» Amadeus Voldben (Amedeo Rotondi), Il protettore invisibile, 7, “Le leggi del piano umano dipendono da quelle dei piani superiori”, Ed. Mediterranee, pag. 118.

«Per la mente materialista questi fenomeni sono assurdi» continua Rotondi. «Ma ciò dipende proprio dalla visione miope di chi vede il mondo degli effetti, non quello delle cause.» In realtà, «c’è qualcosa del piano più alto che può interrompere e impedire il funzionamento nelle leggi del piano più basso.» Ebbene, questo «qualcosa» è la superiore legge del karma.

Ecco un altro esempio: «Un cataclisma è tale per tutti, ma gli effetti sono mossi dal karma di ciascuno che agisce nei modi più diversi a seconda della singola persona. Ecco perché in occasione di epidemie, di terremoti o di disastri, si nota che vi è chi muore e chi è salvo, chi è appena toccato e chi ne è del tutto preservato, da circostanze che appaiono misteriose.» (Il protettore invisibile, Mediterranee, pag. 120)
 Ciò accade perché il karma di ciascuno è differente.


Per la stessa ragione, immagino, nella Genesi Dio promette ad Abramo che non distruggerà Sodoma se all’interno della città troverà dieci giusti. Il karma di quei dieci infatti li avrebbe preservati insieme alla città in cui vivevano.

In effetti, ho avuto prova di tutto ciò anche in quella che è la mia esperienza personale: ho un amico, persona morigerata, integerrima e di principio, sempre corretta in ogni situazione e disponibile nei confronti di chiunque, che casualmente, pur abitando a Reggio Emilia nel periodo dello sciame sismico, perdurato per quasi tutto il 2012, per una ragione o per l’altra non si è mai trovato in città durante i terremoti che si sono susseguiti a breve distanza di tempo snervando e sconvolgendo la popolazione dell’Emilia.

Amedeo Rotondi sperimentò di persona come le leggi fisiche risultino annullate allorché operano le leggi dei piani più elevati. Infatti una sera, muovendosi nel buio del retrobottega della sua libreria, cadde in una botola lasciata aperta per errore e precipitò nel locale sottostante. Se le leggi della fisica avessero fatto il loro dovere, egli sarebbe caduto per quattro metri rompendosi l’osso del collo, ma avendo invocato l’aiuto di Gesù si senti tutt’a un tratto più leggero e fu poi trasportato per aria orizzontalmente per alcuni metri, fino a posarsi dolcemente sopra un cumulo di libri, fuori dalla traiettoria perpendicolare che avrebbe dovuto seguire la caduta in base alla legge di gravità, come lui stesso ha tenuto a precisare. Evidentemente, in virtù della superiore legge del karma, in quel momento della sua vita egli non poteva farsi del male, oppure, con la sua estemporanea invocazione a Gesù, si era posto provvisoriamente sotto l’influsso di leggi più elevate di quelle del mondo materiale.



«Non credo nel karma»
«Non importa... perché il karma crede in te»

Oggi stiamo tutti soffrendo a causa dell’ignoranza di alcune leggi di natura, ripeto, e una di queste leggi è il karma.

A quelli che dicono: «Non credo nel karma», possiamo rispondere: «Non importa... perché il karma crede in te». Infatti, dire: «Non credo nel karma» è altrettanto insensato che dire: «Non credo nella legge di gravità» o in qualche altra legge di natura. Non è forse vero che le leggi di natura esercitano i loro effetti a prescindere da quello che crediamo o non crediamo?

«Proprio come esistono le leggi dello stato, esistono anche precise leggi naturali e queste leggi agiranno a prescindere dalla nostra ignoranza» scrive Srila Prabhupāda. «Se facciamo qualcosa di sbagliato per ignoranza, dobbiamo soffrire. Questa è la legge.»[27]

L’ignoranza non è una scusa, insomma. Se non conosciamo le leggi della nazione in cui viviamo, è nostro dovere informarci. Allo stesso modo, se non conosciamo le leggi dell’universo in cui esistiamo, è nostro dovere apprenderle e conformare ad esse il nostro comportamento. Sempre che non vogliamo continuare a sbattere la testa contro il muro, s'intende.


Il cattivo karma è frutto dell’egoismo

Il karma negativo è originato dall’egoismo. L’egoismo crea in primo luogo la sofferenza degli altri, che danneggiamo per ottenere qualche beneficio, ed in secondo luogo la nostra sofferenza, giacché quella sofferenza ci si ritorce contro a causa del principio del karma.

L’egoismo è dunque la sorgente di tutti i mali del mondo – dei mali che colpiscono gli altri e dei mali che colpiscono noi stessi. Per questo, nella Guida allo Stile di Vita del Bodhisattva, è scritto:

Tutto ciò che affligge il mondo, ogni paura e sofferenza
derivano dall’egoismo.[28]

     Come scrive Pabonka Rimpoce:

«Tutte le sofferenze indesiderate derivano dal vostro egoismo. Sopportare i dolori provocati da armi, veleno, divinità, naga, rinascere all’inferno come spiriti famelici o animali e così via, è il risultato dell’aver ucciso altri esseri, nella speranza di trarne qualche utile per la nostra felicità, oppure è un effetto dell’avarizia e del trattare gli altri con disprezzo. Allo stesso modo, soffrire per le malattie provocate dai vari umori (...); aver paura dei nemici; essere coinvolti in dispute e temere persecuzioni dalle autorità; tutto ciò è dovuto esclusivamente alla vostra mancanza di auto-controllo, agli eccessi nel cibo, o all’ossessione per vestiti, potere e notorietà. Quando alla sommità della scala sociale re, ministri e interi paesi combattono fra loro, oppure quando negli strati sociali inferiori i sudditi, le famiglie o i monaci litigano fra di loro, il responsabile di tutto ciò è l’egoismo. Non prendetevi cura unicamente di voi stessi, pensate invece: “Non mi interessa, fate quel che volete” e nessuno di questi problemi si presenterà. Il vostro egoismo ha creato tutte queste difficoltà, provocate ad esempio dai ladri, dai banditi e persino dai topi che rosicchiano il vostro sacco di farina d’orzo.»[29]

Il karma non è acqua

Alcuni dicono: «Purtroppo la vita non è sempre meritocratica.»

Oh, sì che lo è. La vita è assolutamente meritocratica e ciascuno di noi è continuamente premiato per le buone azioni che ha compiuto e punito per le mancanze di cui si è reso responsabile.

Anche se a volte sembra che le cose vadano in modo diverso, ciascuno di noi finisce sempre per avere in sorte né più né meno di ciò che ha dato agli altri. Questo vale per tutte le azioni che compiamo: presto o tardi, in una forma o nell’altra, riscuoteremo l’esatto corrispettivo della felicità e del dolore che abbiamo dispensato al prossimo – e prossimo non significa solo «esseri umani».


Se a volte sembra che la vita non sia meritocratica, è perché dare e ricevere sono in differita

Ciascuno raccoglie ciò che semina, e se semina sofferenza raccoglierà sofferenza. È un principio universale rigoroso. Se a volte ti sembra che le cose vadano in modo diverso è perché spesso le apparenze ingannano e perché dare e ricevere sono in differita. Ma non c’è possibilità di errore e che si tratta di una legge di natura infallibile come può esserlo la legge di gravità. È solo che la scienza non l’ha ancora ratificata.

Nessuno sfugge mai alle conseguenze delle proprie azioni. Infatti, è impossibile eludere il karma ed esso non si esaurisce da sé. Al contrario, anche le azioni più insignificanti prima o poi produrranno il loro effetto. 

Milarepa[30] dovette sopportare grandi fatiche e patire terribili sofferenze per purificare il karma negativo che aveva accumulato nella sua attività di stregone.[31] Si dice che un giorno perfino il Buddha soffrì di mal di schiena perché in una vita precedente, nato come figlio di un pescatore, si era rallegrato del fatto che due pescatori avessero mangiato due grossi pesci ancora vivi.[32]

Insomma, il karma è una delle leggi natura segrete che governano l’universo e i destini degli uomini.

«Possiamo osservare come alcuni individui malvagi abbiano una vita lunga e ricca di soddisfazioni, mentre alcuni praticanti del Dharma abbiano molte malattie e vite brevi» scrive Pabonka Rimpoce. «Le cause di questi risultati si trovano nelle loro vite passate. Quando in questa rinascita accade qualcosa di indesiderabile, spesso riteniamo che la causa sia immediata, ma non è così. Di norma, tali situazioni vengono create dal karma accumulato nelle vite passate.»[33]

«In questo mondo i buoni frutti maturano da un buon seme» aggiunge più avanti. «La ricchezza, il fatto che siamo nati in una buona famiglia e così via, derivano da azioni karmiche compiute nelle vite passate. Ma ottenere solo i frutti del raccolto di quest’anno non è di grande aiuto: dobbiamo sforzarci di piantare i semi per il raccolto successivo.»[34]

«Il karma non è acqua» dice sempre il professor Fassang. Infatti è vino, vino di cui ci si inebria facilmente per giunta, e un bicchiere tira l’altro, perciò... occhio![35]

«Adesso invece provo maggior pietà per chi gode nel peccato che non per chi soffre...»
(Sant’Agostino, Confessioni, Libro III, II,3)


Pier Francesco Grasselli, La Ricerca di Se stessi, estratti dal 2° e dal 4° volume.

Di prossima pubblicazione, «La Ricerca di Se stessi» è la nuova saga dell’autore dei romanzi «Ho scaricato Miss Italia», «Fanculo amore» e della trilogia «maledetta» formata da «L'ultimo Cuba Libre», «All'Inferno ci vado in Porsche» e «Vivere da morire», tutti editi da Mursia.


Note:
[1] La linea è la «scia» karmica e ciascun segmento è l’esistenza di un singolo individuo.
[2] La scienza della realizzazione spirituale, “La reincarnazione”, pag. 32
[3] Annie Besant, Il sentiero del discepolo, “Il futuro progresso dell’umanità”, “Metodi della scienza futura – Sviluppo futuro dell’uomo”
[4] Vale a dire una psiche.
[5] Questo «Ego» con la E maiuscola è l’Ego esoterico, ossia il corpo causale.
[6] Emma Cusani, Il grande viaggio nei mondi danteschi, Canto VI, Mediterranee, pag. 159.
[7] Qui si intendono le singole «personalità» (corpo + psiche).
[8] Tali scopi sono la dissoluzione progressiva dei corpi e la liberazione dell’anima, il suo ricongiungersi con Dio.
[9] Teniamo sempre presente però che questa entità è non-individuale e astratta, ovvero archetipa, e che quindi non ha niente a che vedere con l'individuo che opera sul piano materiale o psichico.
[10] Edouard Schuré, I grandi iniziati, Laterza, Pitagora, IV, “Terzo grado – Perfezione”, pag 319.
[11] Edouard Schuré, I grandi iniziati, Laterza, Pitagora, IV, “Quarto grado – Epifania”, pag 329.
[12] Paramahansa Yogananda, Autobiografia di uno Yogi, Cap. XXVIII “Kashi rinato e ritrovato”, Astrolabio, pag. 245.
[13] Cosmogonia dei Rosacroce, Capitolo 3°, L’uomo e il metodo di evoluzione, La morte e il purgatorio.
[14] Cfr. La Ricerca di Se stessi, Libro primo.
[15] Pabonka Rimpoce, La Liberazione nel Palmo della Tua Mano, 355 “Diciottesimo giorno”, Edizioni Chiara Luce, pag. 580.
[16] Amadeus Voldben (Amedeo Rotondi), Il protettore invisibile, 7, “La forza segreta dei saggi”, Mediterranee 2011, pag. 131.
[17] Estratto dal testo di un manoscritto tibetano; cfr. Nicolas Notovitch, La vita sconosciuta di Gesù, Edizioni Amrita, Cap. IV, VII, 16.
[18] II, 180. Il Corano, Hoepli, a cura di Luigi Bonelli.
[19] Emma Cusani, Il grande viaggio nei mondi danteschi, “Come percepire l’esoterismo dantesco?” Mediterranee, pag. 29.
[20] Matteo 6,14-15.
[21] Luca 6, 37.
[22] Matteo 26, 52.
[23] Luca 6, 31.
[24] Dialetto reggiano: male non fare, paura non avere.
[25] H.P.Blavatsky, Iside Svelata, Volume 2° - Teologia, Cap. VII, “Buddha, Gesù e Apollonio di Tiana”, Armenia, pag. 318.
[26] Cfr. Ibidem, Cap. XII, “Veggenza dell’anima e dello spirito”, Armenia, pag. 538.
[27] A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, La scienza della realizzazione spirituale, The Bhaktivedanta Book Trust, 2005, “Chi è un guru?”, pag. 64.
[28] Fonte: Pabonka Rimpoce, La Liberazione nel Palmo della Tua Mano, 349 “Diciassettesimo giorno”, Edizioni Chiara Luce, pagg. 567-568.
[29] Ibidem, pag. 568.
[30] Mago, poeta e santo tibetano.
[31] Cfr. Vita di Milarepa – I suoi delitti, le sue prove, la sua liberazione, Adelphi, Parti prima e seconda.
[32] Cfr. Pabonka Rimpoce, La Liberazione nel Palmo della Tua Mano, 213, “Tredicesimo giorno”, “Il karma, una volta prodotto, avrà sicuramente un effetto”, Edizioni Chiara Luce, p. 425.
[33] La Liberazione nel Palmo della Tua Mano, 234, “Tredicesimo giorno”, “Gli impegni negativi”, Edizioni Chiara Luce, p. 437.
[34] Ibidem, p. 444
[35] Il karma è vino che inebria perché è ciò che ci tiene nel samsāra, e cioè nel ciclo di morti e rinascite, in balia di māyā e cioè dell’illusione, condizione che è paragonabile allo stato di ubriachezza. Un bicchiere tira l’altro significa che un’azione provoca l’azione successiva, e l’insieme di tutte le azioni forma il karma, che è il laccio che che ci lega al samsāra.

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